Perché non provi a sorprendere te stesso?

23/06/2026

C’è una sorpresa speciale, che non riguarda soltanto chi legge, ma anche chi scrive. Lo sapeva bene Metastasio, sommo poeta e librettista del Settecento, quando confessava: «Sogni e favole io fingo». Fin qui, tutto chiaro: il poeta inventa, costruisce, immagina, diciamo pure che finge. Ma subito dopo arriva uno scarto commovente: in quelle favole e in quei sogni il poeta prende talmente parte «che del mal, ch’inventai piango e mi sdegno».

Ma come? Le hai scritte tu, sai che son finzioni e ti commuovi? Proprio così, è il dolcissimo mistero della scrittura: sappiamo di fingere, eppure quella finzione ci tocca davvero nel profondo. Creiamo una storia, poi la storia ci torna addosso, anzi ci riguarda. Muoviamo le parole, e le parole finiscono per muovere noi. La sorpresa, allora, non è soltanto il colpo finale che spiazza il lettore; è anche il momento in cui ciò che abbiamo inventato smette di essere soltanto invenzione e tocca il lettore nel profondo.

Non a caso Emanuele Trevi ha intitolato Sogni e favole un suo romanzo. In questo titolo, e nel dialogo con Metastasio, c’è l’idea che la letteratura viva e prosperi proprio in questa zona incerta: sappiamo che la parola costruisce e finge, ma qualcosa di vero c’è, e rimane, grazie a una sorta di telepatia imperfetta che raggiunge chi scorre le nostre parole e si commuove. Metastasio è consapevole che «Tutto è menzogna». Eppure proprio da quella menzogna nasce la verità emotiva, una luce improvvisa, la sorpresa che mai avremmo previsto.

Per la nostra sfida prova a partire da qui. Non scrivere soltanto per stupire gli altri. Scrivi prima di tutto per sorprendere te stesso: una piccola finzione che, all’improvviso, ti tocchi davvero e sorprendentemente ti scuota.

Vai alla sfida.

Sogni e favole io fingo; e pure in carte
mentre favole e sogni orno e disegno,
in lor, folle ch’io son, prendo tal parte,
che del mal, ch’inventai piango e mi sdegno.

Ma forse, allor che non m’inganna l’arte,
più saggio io sono? È l’agitato ingegno
forse allor più tranquillo? O forse parte
da più salda cagion l’amor lo sdegno?

Ah che non sol quelle ch’io canto, o scrivo,
favole son; ma quanto temo, o spero,
tutto è menzogna, e delirando io vivo!

Sogno della mia vita è il corso intero.
Deh tu, Signor, quando a destarmi arrivo,
fa ch’io trovi riposo in sen del Vero.

Pietro Metastasio, Sogni e favole io fingo (1733).

Un commento a questo articolo

  1. Eleda ha detto:

    Scrivere per me è svuotare l’anima, dietro le parole che raccontano c’è sempre una piena confessione.
    Comprendo appieno la “sorpresa” dell’autore quando rileggendo trova parte di se.

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