Il corpo non mente, piuttosto fa bruciare

Sono agitato, incontrare Sibilla Aleramo non è cosa da tutti i giorni. Ho il sospetto che mi capiterà qualcosa che non riesco a precisare. Staremo a vedere.

Sibilla, che significava esser donna al tempo?

Voi sapete che io non sono nata Sibilla. O forse sì, ma non in senso proprio. Io sono Marta Felicina Faccio, nata ad Alessandria il 14 agosto del 1876. In casa mi chiamavano Rina. Come Rina ho mosso i primi passi, parlando in piemontese fino ai miei dieci anni. Le uniche scuole che ho frequentato sono state le elementari, a Milano. Mio padre mi fece conoscere i libri: sono stati il mio conforto, la mia protezione. Il nucleo della mia futura rivoluzione.

Ma la vostra domanda è semplice, e merita una risposta altrettanto semplice: 150 anni fa una donna non era nulla, figurarsi una ragazza. Nulla. Io sono passata dalle mani di mio padre a quelle di mio marito, proprio l’uomo che in fabbrica mi aveva violentata. Quanto alla dote, mio padre passava a mio marito un mensile, come si fa con una subalterna. Noi donne nemmeno nelle pubbliche biblioteche potevamo mettere piede, figuriamoci votare. Questa era la mia vita al tempo: essere trattata come una cosa, sentirmi avvilita in ogni mia fibra. Per la legge io non esistevo se non per essere defraudata di tutto quanto era mio: i miei beni, il lavoro, mio figlio.

Una pausa, lo sguardo altrove.

Non potevamo uscire da sole, incontrare chi volevamo, leggere e studiare erano considerati una stranezza. La vita di una donna scendeva per un piano inclinato: aveva per orizzonte unico il matrimonio e la prole. Era un carcere strano: senza sbarre o ferri, ma stringeva il petto più feroce di un busto. Nei miei anni, a una ragazza toccava sempre la strada dell’obbedienza e del dovere, mai dell’amore, il misterioso ospite della mia giovinezza, il sentimento per cui oscuramente sentivo di essere nata.

Guai se mostravamo spirito o indipendenza di giudizio! Padre o marito avevano sempre l’ultima parola, anche se inferiori per merito e istruzione. Gli uomini hanno bisogno d’un essere che reputano inferiore, da comandare a piacimento; e ciò a cagione del fatto che a loro volta debbono restringersi e obbedire di fronte ai potenti. Siamo tanto necessarie al loro equilibrio che perdiamo il nostro.

Mi ha risposto in un affanno d’occhi, con un precipizio di parole.

E da chi ha appreso l’amore?

Da mio padre. A modo suo, s’intende, in maniera esigente e assoluta. Inevitabilmente, mi ha fatto conoscere anche il risvolto dell’amore: la delusione. Trasferiti a Civitanova Marche, fu lui a volermi in fabbrica a 15 anni. Ho taciuto la violenza, l’ho tenuta per me. Ho sposato quell’uomo, mi sono convinta di amarlo. Ho provato a interpretare il ruolo di donna secondo il disegno che si voleva al tempo. Ci ho provato con tutta me stessa! Ma la malattia mentale di mia madre mi ha fatto ricredere. Sì, è stata mia madre a salvarmi.

A Roma ho sentito nuovamente il sapore della vita, come non mi accadeva da tempo. Qui ho scritto Una donna, ci ho messo quattro anni. Nel libro per la prima volta ho dato voce all’anima femminile moderna: non domandavo fama, domandavo ascolto. Scrivevo nella certezza che mio figlio mi avrebbe letto, e perdonato. Provavo anche a riavvicinarmi a mia madre, ma la sua follia mi ha impedito di farle capire che avevo capito. Penso d’aver dialogato nuovamente con lei attraverso Campana. Quel cuore selvaggio fu il tramite tra noi, nel solco di un amore malato. Negli anni della Grande Guerra, Dino ha compreso e vissuto la mia medesima deflagrazione. Quell’amore di un anno è stato il più intenso e il più terribile della mia vita, e così si spiega perché io non abbia mai avuto la forza di narrarlo.

Negli occhi, un’ombra d’Appennino, polvere e sole.

Il libro d’esordio di Aleramo uscì nel 1906.
Qui l’edizione più recente (Feltrinelli).

Con quali donne avvertiva un comune sentire?

Il successo di Una donna ha fatto nascere Sibilla e tramontare Rina. In quegli anni ho conosciuto donne di valore, quelle che in Italia cercavano di sfuggire al capestro femminile. Ricordo con affetto Kuliscioff, Deledda, de Céspedes, Masino.

Ma per prima voglio parlare di Anna Fraentzel Celli, colei che ha insistito perché conoscessi il dramma dell’Agro Pontino. Immaginatevi capanne a perdita d’occhio, bimbi e donne che si sporgono dalle basse aperture, attoniti, con gli occhi cisposi, esseri sporchi al punto di volerci toccare, non potevano credere quanto fossimo bianchi. Nessuno osava mai spingersi fin là. Nessuno, salvo l’arruolatore, “il caporale”, e l’agente delle tasse. Neanche il prete, neanche per i morti, che venivano portati a spalla al cimitero più prossimo, a dieci, dodici chilometri. Né medici né levatrice. E quasi tutti malarici, e tutti analfabeti. Per loro sono stata maestra madre e nutrice per quasi dieci anni. Avevo perduto il mio bimbo e qui ne trovavo a centinaia. Fu indignazione, fu compensazione. Mi gettai a capofitto nell’impresa.

Grazie a questa lotta, e a tutte le donne incontrate, giorno dopo giorno maturavo l’idea che anche la breve vita di una donna è infinitamente lunga; e raramente è una sola la causa che la costringe a un’improvvisa ribellione. Certo, ci sono anche le differenze, e non di poco conto: Paola Masino aveva scelto un uomo a scudo della sua rivoluzione, Bontempelli. Io di uomini ne ho avuti molti, ingenuamente non pensavo di aver bisogno di chissà quale protezione. E infatti l’Italia non mi ha perdonato gli scandali, gli amori. Se ci penso, forse giusto due uomini mi hanno capita: Gabriele, il vate, e Piero, il mite.

Rinuncio a chiederle le analogie tra D’Annunzio e Gobetti, tremo a quel che potrebbe dirmi. Insisto sulle contraddizioni, non voglio fare sconti.

Sibilla, perché chiese un vitalizio a Mussolini?

Partiamo dai fatti, quelli non mentono: 22 maggio 1925, firmo il Manifesto degli Intellettuali Antifascisti di Benedetto Croce. Il 18 gennaio 1929, a cinquantadue anni, chiedo un colloquio al duce per dirgli in faccia quel che penso di lui; e nell’occasione avanzo la richiesta di venire ammessa all’Accademia d’Italia, istituzione che al tempo non accettava le donne. Il rifiuto era scontato. Mi concesse un sussidio che mi consentì di campare con dignità. Si può essere coerenti solo a pancia piena.

Se la cosa vi scandalizza, sappiate che ho fatto anche di peggio. Nel 1930 ho collaborato con la rivista tedesca Querschnitt, elogiando il fascismo per aver ricondotto le masse femminili alla loro “precisa e sacra funzione di riproduttrici della specie”. Nel 1933 mi sono iscritta all’Associazione nazionale fascista donne artiste e laureate, e in diversi articoli ho tessuto le lodi del regime. Dopo la guerra, mi sono iscritta al partito comunista, motivando la scelta come “coronamento della mia vita di scrittrice e di donna”. Ho sempre creduto in un mondo più giusto e più umano. E anche i comunisti mi diedero un sussidio per tirare avanti. Ti basta o devo continuare?

Passa al tu e mi pianta gli occhi in viso. Per fortuna non affonda il colpo, e riprende il filo.

Per la prima volta in vita mia, nel 1946 ho potuto votare. Pensa, quel giorno non stavo bene per niente, la nevrite mi faceva penare. Con uno sforzo di volontà mi son trascinata, sola, al seggio: c’era una fila enorme, ho atteso per tre ore e mezza pigiata fra la folla di poter entrare e finalmente ho deposto nelle urne le due schede. Mai più tornerà un tempo così pieno per noi, il tempo di esprimere quella diversità che in quanto donne ci appartiene.

Qui la voce si è fatta fulgida, e severa. Un lampo di libertà le incornicia il viso.

Leonetta Pieraccini, Ritratto di Sibilla Aleramo (part, 1915).

È questo il punto, la diversità “giusta”?

Certo, il punto è proprio questo. Le donne hanno interiorizzato l’universo maschile al punto di volerlo emulare, ma così rischiano l’omologazione definitiva. Quanto a quegli uomini che, bontà loro, ci trattano con rispetto ed educazione, sono figli minori nel gioco sociale. Portano luce, certo, ma pochi metri innanzi a loro, e a noi. Fattene una ragione: voi uomini o siete deboli, o feroci. Imperfetti sempre. In generale, è triste ammetterlo ma è così, ci lasciate spazio solo nell’azione culturale. Come a dire: «Rimanete nell’arte, che è casa vostra». Casa, sempre casa, è qui che ci pensate e vedete.

Noi donne dobbiamo prendere voce dal nostro corpo, ma al tempo stesso rimanere sul chi vive: l’amore, un certo amore, porta alla sottomissione, al vivere per altri: un marito, un figlio, persino un ideale. L’illusione d’amore si prende la nostra vita. Quando te ne accorgi è sempre tardi, la tua vita è perduta: la rassegnazione non è una virtù, il sacrificio ancor meno: di madre in figlia, da secoli, si tramanda il servaggio. È una mostruosa catena. Se vuole spezzarla, la donna è chiamata a creare se stessa. Solo in questo modo può dare valore alla sua diversità e farla accettare all’uomo non come nemico, ma integratore.

Si concede un attimo. Stringe le dita, forse sta per agguantare meglio il tema.

Siamo fatti d’amore, noi donne lo sentiamo e viviamo meglio d’ogni altra creatura. E l’amore non conosce sillogismi e convenienze, non sa che farsene. La contraddizione è la nostra lingua madre. Anzi, di più: la logica perpetua gli inganni, la contraddizione li sgretola. Io rivendico il diritto di vivere le contraddizioni. Fino in fondo. Lo scrivo ne Il passaggio, un’opera che oggi nessuno più nemmeno sfoglia: «Affermo me a me stessa: null’altro, null’altro! Oh, ma affermo tutto ciò di cui mi compongo, tutto che mi sta attorno e ch’io assorbo! Nulla va perduto. E quando anelo ad essere amata è ancora il mio amore per tutte le cose che chiede di venir riconosciuto, è il mondo che vuol essere abbracciato e cantato». Come vedi, Iddio non mi mise in petto timore. E se sono pazza, lo sono lucidamente.

Respira a fondo, il suo seno ritma la vita gagliarda del cuore. Come in una sua canzone.

Noi donne non vogliamo essere salvate da voi uomini, e tanto meno salvarvi da voi stessi. Chi ha detto le cose come stanno è stata Paola Masino, hai letto Nascita e morte della massaia? Io ho provato a emularla, forse in Andando e stando trovi il meglio di me. Sono scritti d’occasione, certo, eppure pregni di quella diversità femminile, e al femminile, che bramavo di raggiungere.

Sibilla ha richiamato uno dei miei libri preferiti, potrei parlarne per ore. Ma non voglio rammollirmi sul più bello. Anzi.

E suo figlio Walter? Ne possiamo parlare?

Domanda a tradimento, quasi feroce. Mi pento nell’istante che sento la mia voce. Ma lei non accusa il colpo, parte con slancio, e luce.

La sua nascita è stata il periodo più bello della mia vita. Ma Walter era figlio di un’illusione: ch’io potessi esser madre, o meglio, che l’esser madre mi potesse bastare nella vita e per la vita. In quei giorni mi sentivo presa da due distinti progetti: l’uno che riguardava mio figlio come unico e vero compimento e complemento del mio essere; l’altro, che costituiva il primo invincibile impulso verso la realizzazione artistica: il piano di un libro. Lì ho compreso il mio destino: in me la madre non si integrava nella donna.

Mio marito mi impose una scelta, la legge era dalla sua. O libertà, o Walter. Ho lasciato mio figlio a 7 anni, l’ho rivisto che ne aveva quasi quaranta. Immagino quel che gli avrà detto suo padre: tua madre facevo bene a confinarla in casa, guarda cosa è diventata: una puttana! Ma io sono nata poeta, non santa. Quel giorno Walter era spaventato, nervoso. Ci prese un silenzio strano, faticoso. Sapeva che avevo amato uomini, donne, ragazzi: non poteva accettarlo, non poteva capire che un legame deve passare al vaglio dei corpi. Solo così è un tributo alla reciproca ammirazione. Solo così è vero, è puro. Perché il corpo non mente, a costo di bruciare.

Si prende una pausa, come a cercare il coraggio che ci vuole.

Per tutta la vita ho cercato un padre, e negli ultimi anni ho trovato un figlio. Franco l’ho conosciuto nel ’36, aveva 40 anni meno di me. Siamo stati insieme 10 anni. E nei miei ultimi giorni, saputo ch’ero sofferente e sola, Walter è accorso al mio capezzale. Ecco, questo mi basta: è il mio paradiso.

Tace, sospira. Comprendo solo ora la fatica fisica del dire.

Che cosa augura alle ragazze di oggi?

Di non dover soffrire quanto me per ottenere quel che io ho perduto.

Mi guarda dritto, in vista del commiato. Poi la voce riprende, calibrando un quesito in armonia con il mio stesso formato.

Che mi dici, ti ho forse spaventato?

Taccio un po’ troppo, dandole quasi ragione. Poi oso una sortita.

No, Sibilla, o forse solo un poco. Mi ha restituito il senso di una vita fedele alla vita.

Claudio Calzana

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