I gesti edificanti, le testimonianze agiografiche, i fioretti mirabolanti attribuiti ai santi: sono parte integrante della loro fisionomia tramandata. Perciò chi era in grado di predicare agli uccelli, come Francesco d’Assisi, poteva ben ammansire a parole una bestia feroce che imperversava nei dintorni di Gubbio. Che poi questo lupo sia da intendere come la peggiore delle tre fiere che di lì a poco avrebbero spaventato Dante nel suo poema allegorico, lascia supporre anche per il poverello un incontro all’insegna dell’allegoria. In tal caso Francesco avrebbe in realtà avvicinato e ammonito un poveraccio, sbandato e randagio, un villico costretto per miseria al brigantaggio.
Devo spaventarmi per ciò che si vocifera?
Guardi che io ero il primo a spaventarmi quando sentivo qualcuno parlare. Nella mia forra le parole, quali che fossero, erano un segnale d’allarme: uomini in vista, uomini in arrivo! e giù tutti a intanarsi ingrufati nei cunicoli, a zittirsi ammutoliti, sperando che le voci si allontanassero dando segno di scampato pericolo. Non c’è animale selvatico che non tremi quando sente le vostre voci, da che mondo è mondo e da che la caccia senza quartiere resta l’attività sportiva di troppi tra voi. E non solo contro noi animali, ma anche nella cerchia civica, i mammiferi intelligenti, che dimostrano così di essere a loro volta niente più che animali, sì, ma animali degeneri, che combattono i loro stessi fratelli di specie. Sicché, per far lucido il proverbio, mi tirano in ballo a causa dei loro propri litigi dicendo che omnis homo homini lupus.
Per quanto mi riguarda, non sono mai stato altro che me stesso, tale quale son cresciuto dalla nascita sui monti eugubini. Ero feroce senza misura? Facevo paura da scappar via a distanza? Macché: ero un lupo d’Appennino e tenevo la mia parte senza sprechi e senza eccessi. Poi, si sa com’è il volgo: amano tutti le storielle tremebonde contate di sera davanti al focolare, altrimenti non si addormentano appagati e gli resterebbe la noia appiccicata oltre alla fatica della giornata nei campi. Per questo si raccontano fole esagerate: per ingrandire le proprie paure con l’artificio, e per provare in quel modo dei sentimenti almeno di terrore, visto che quelli normali di solidarietà e fratellanza, propri di gente pacifica, sono impediti dalle continue mene quotidiane, che al contrario li inaspriscono nel cuore e li induriscono come mattoni di fornace.
Sta scritto che il poverello l’ammansì.
Un giorno, ecco com’è, vedo avanzare nel bosco sopra Gubbio quel magrolino stento in saio cinerino. Di solito avrei messo la coda tra le gambe e mi sarei infrattato per non aver da fare con un figlio d’uomo. A me, per rifornirmi, bastavano caprioli e capre selvatiche, qualche volta una vecchia pecora sbandata, ma sempre più spesso mi nutrivo persino di tuberi e frutti selvatici, come avevo imparato dall’orso e dal cinghiale. Intanto quell’ometto sembrava pieno di lena, nonostante che fosse sparuto e di barba incolta. Saliva e saliva verso il fitto della boscaglia, ansimava sempre più forte ma non calava la cadenza. Finché, distratto da un passaggio di quaglie tra le frasche, me lo sono trovato di fronte.
Come poi ho saputo, si trattava del poverello d’Assisi, ma io lì per lì come potevo riconoscerlo? Origliando le comari che andavano per cicorie appena fuori le mura, me l’ero figurato di taglia cospicua, circondato persino da un’aura abbagliante. E invece mi faceva compassione per la sua umiltà di portamento, peggiorato dalla fatica che aveva sopportato per addentrarsi nel groviglio del bosco. Ha tirato qualche sospiro ed è riuscito a sillabare poche parole, dato che era senza fiato per esser giunto quasi scalzo fin lassù dove stavo arroccato; quelle che ora ricordo sono: càvete lo pilu per merità lo Celu, e col dito scarnito indicava in alto, mentre la manica gli era scivolata al gomito lasciando scoperto un braccino esile, denutrito.
Indicava tra le nuvole di primavera dove in quel momento s’era aperto uno scorcio tra i cirri. Intendeva significarmi che avrei dovuto dismettere la mia irsuta ferocia, la mia pelliccia selvatica, per poter meritare un destino ultraterreno, dato che il creatore non disdegna alcuna delle sue creature, che abbiano o meno un’anima. Fa niente, tutto ciò che è uscito dalle sue mani deve ritornarci nelle stesse fattezze: gli uomini come umani, le bestie come bestiali, le piante e i fiori come vegetali. Tutto uguale, tutto perdonato, purché ciascuno, qui, si tolga la furia prepotente, ovvero lo pilu, e si domestichi come in una fiaba pacificata nel costante cameratismo della vita.
Allora non l’ha soggiogata col miracolo…
Questo è quanto riferiscono i seguaci del poverello nei loro fioretti edificanti; lasciamolo credere, non fanno male a nessuno. Loro stessi ne sono convinti in letizia: è il loro paradiso di frottole. A me, in sincerità, ha smosso tenerezza quel piccoletto, livido e patito: ho pensato a quante ne doveva aver passate, anche peggio di me, e come ciò nonostante aveva reagito per sola forza di carattere, guidato da convinzioni che si potrebbero discutere e persino negare, ma che negli effetti gli davano la resistenza di un bastione di pietra. Bisogna aver rispetto delle persuasioni altrui, anche quando ci siano del tutto estranee e persino moleste nei loro principi; questo l’ho imparato, come tutti nel bosco, crescendo tra gusti diversi, tra modi di vivere e di morire che non sono propri della mia schiatta lupesca.
Eppure li tollero, come gli altri animali tollerano le mie scorribande e le mie violenze necessarie. Sa, io tengo in equilibrio l’ambiente, e l’ambiente modera e contiene le mie gesta di rapina. Siamo in pari, e siamo in pace. Però, quanto al miracolo, non fu quello poi tramandato; piuttosto fu d’aver lui scalato l’erta boscosa a piedi quasi nudi, sanguinanti per le spine di cardo e dei roveti; un poverello che accettava per sé ogni creatura e ogni pianta, anche le più ostili, soffrendo senza distrarsi dalle proprie laudi. Quello era il miracolo, e non qualche trucco da domatore circense, come spesso si pensa.
Non fu Giotto a raffigurarla ben mansueto?
Ah, Giotto, ah, gli artisti… per tutti loro l’impresa era di allestire immagini convincenti, che in quell’epoca furono tanto vivide e nuove da dirottare l’ammirazione dei fraticelli verso i dipinti, e meno verso il soggetto. E poi Giotto, come i suoi colleghi toscani, era nato ben dopo la morte del poverello e tutti loro si basavano soltanto sul sentito dire, sul passa parola in cui ogni cenno si deforma e s’ingrandisce sempre più a ogni passaggio d’orecchio, finché la realtà si trasforma in una leggenda imperitura. Però Giotto no, ecco, Giotto mi ha tralasciato; alcuni suoi emuli invece hanno messo proprio un lupo in un affresco francescano, una bestiaccia dentuta che oltre tutto porge la zampa al poverello in segno di pace, sottomessa come fosse un can pastore che ascolta le disposizioni del padrone.
In realtà il mio sembiante fu assai diverso: avevo il pelo irsuto sul groppone, è vero, ma per travisare e peggiorare il mio aspetto. Come grassatore preferivo spaventare i pellegrini sulla via Francigena e convincerli solo col ringhio e con l’aria truce, piuttosto che arrivare al sangue; e mi andava bene: a quel modo non rischiavo il bando cittadino del podestà o l’impiccagione sommaria per linciaggio. Alla peggio sarei stato bastonato, ma non è mai successo, non mi hanno mai intrappolato.
Fu dopo l’incontro che cambiò vita?
Avevo promesso di smettere, persuaso e persino scosso da quel miserello. Come si poteva sbattergli in faccia la cruda verità? Come potevo contristare quell’espressione candida, infantile, quasi ebete? Come contraddirlo? Spiattellargli il vero senza censure? Che la vita in genere non sarà mai come lui l’immaginava? E, anzi, come la dava per certa e avvenuta, già presente nel mondo benedetto dalla grazia superna e dalle sue laudi? Quelle sue orazioni emozionavano per l’ingenuità, come fossero lallazioni di un pargolo felice d’essere al mondo nelle sue prime luci. Ma da quel mondo tanto laudato, in cui persino sora nostra morte corporale veniva santificata, mancava una parte non secondaria della creazione universale, per volerla chiamare così. Quella parte spesso maledetta che nelle creature innerva la smania di accoppiarsi e procreare.
Cristoforo di Bindoccio e Meo di Piero, San Francesco e il lupo di Gubbio. Affresco fine XIV sec., Pienza, Chiesa di san Francesco.
Dunque c’era thanatos, però mancava eros…
Per quel poverello, ad ascoltarlo, il mondo era un luogo dipinto bene e vivibile al pari, come se fosse reale pensarlo così; un mondo d’infantile fantasia, come quelli che da piccoli vengono costruiti nei propri giochi: e qui ci sono le ciliegie rubizze, lì tanti fiori profumati, il prato è sempre verde, le mele pendono mature dalle frasche per tutto l’anno, anche a natale, il coniglio sta sempre nel trifoglio e si gode tranquillo la tiepida giornata. Se pure il sant’uomo s’imbatteva in gentaglia come me, in tipastri di grana grossa degni di gogna pubblica o di finire impiccati fuori le mura, colui non ci vedeva per come siamo, ma per come dovremmo essere secondo le caselle del suo gioco beatifico. E io, che fino ad allora avevo agito reputando le cose per ciò che sono e per quanto mi costringono, io mi ero intenerito nel supporre d’essermi sempre sbagliato, e che dietro l’apparenza caotica vi fosse invece un ordine eterno, e che ogni angolo del mondo fosse già un esempio del paradiso in terra predicato dal poverello.
Mi restava l’obiezione che per ritegno non gli ho rinfacciato sul momento, l’ho tenuta fra me perché capivo che stroncare un discorso tanto aereo sarebbe stato di sgarbo fuori luogo. Pensare la perfezione in teoria è pur sempre possibile ed encomiabile; ma sentire sotto pelle la propria vita immediata, con le sue spinte aggressive e con la sua foia animale, è quanto ci compete per natura, e la natura non può essere smentita, così come il poverello l’aveva laudata: il sole, la luna, le stelle e tutto il resto. Se si esalta la natura creata, bisogna consentire volentieri ai suoi piaceri con le sue eccitazioni. Io, se non pensassi spesso a Lupa sotto di me, non mi verrebbe voglia di andare a zonzo per procacciare il pasto odierno. Senza quegli stimoli il mio giorno sarebbe soltanto uno scorrere inerte del tempo, e il mio corpo unicamente un transito di cibo. A che mi serve il bosco, i monti, la caccia e il riposo, se non mi trovo nel piacere con la femmina?
Eccolo: l’amore ha turbato anche lei…
Come no? È indispensabile e urgente, senza di che non mi riuscirebbe di laudare il sole, le stelle, l’acqua, le nuvole, eccetera. Senza il sesso appagato – ché pure quello è creatura laudabile – non c’è verso di stare in pace con sé, col mondo e persino con dio, per chi ci crede. Però, per via della sua dottrina ascetica, il poverello non poteva arrivare fino a quel punto. Ammetterlo, per lui, sarebbe stato fornicazione e peccato di lussuria. La sua regola imponeva mortificazione et humilitate; e l’amore? L’amore era veduto soltanto come l’abbraccio del pargoletto che s’addormenta sereno, accudito nel grembo materno, sentendolo divino. Povera Chiara, che malinteso…
Dopo di che me ne sono andato dalla mia forra, ho accettato di farmi cittadino, poco meno che randagio, vivendo di qualche manciata di elemosine che gli eugubini concedevano a un ramingo rabbonito come me. Perché ho cambiato vita? Perché ho smesso d’essere rozzo e brigante? Non certo per la predica del poverello, non certo per quanto mi aveva recitato con animo accorato e col dito puntato in alto. Gli è che ormai invecchio, incanutisco, e tramite l’ardore di quell’adulto malconcio, il poverello d’Assisi, ho rivisto per intero la mia stessa ingenuità d’infanzia, mentre Lupa, stanca di accattonaggi, se n’è andata via, sul Tevere, non so nemmeno con chi.
Ritieni questo racconto offensivo o non adatto? Puoi bloccare il racconto oppure bloccare l'autore. Il blocco dell'autore nasconderà dalla tua navigazione ogni suo racconto.
Gestisci Consenso Cookie
Per fornire le migliori esperienze, utilizziamo tecnologie come i cookie per memorizzare e/o accedere alle informazioni del dispositivo. Il consenso a queste tecnologie ci permetterà di elaborare dati come il comportamento di navigazione o ID unici su questo sito. Non acconsentire o ritirare il consenso può influire negativamente su alcune caratteristiche e funzioni.
Funzionale
Sempre attivo
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono strettamente necessari al fine legittimo di consentire l'uso di un servizio specifico esplicitamente richiesto dall'abbonato o dall'utente, o al solo scopo di effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica.
Preferenze
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per lo scopo legittimo di memorizzare le preferenze che non sono richieste dall'abbonato o dall'utente.
Statistiche
L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici.L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici anonimi. Senza un mandato di comparizione, una conformità volontaria da parte del vostro Fornitore di Servizi Internet, o ulteriori registrazioni da parte di terzi, le informazioni memorizzate o recuperate per questo scopo da sole non possono di solito essere utilizzate per l'identificazione.
Marketing
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per creare profili di utenti per inviare pubblicità, o per tracciare l'utente su un sito web o su diversi siti web per scopi di marketing simili.