Dante parla di me, ma come fa?

18/07/2026
Paolo e Francesca. Illustrazione di Gabriele Dell’Otto.

7 domande a Franco Nembrini

Con Franco ci conosciamo da oltre trent’anni. Non ci vedevamo da un po’, eppure è stato come riprendere un discorso lasciato il giorno prima. Siamo diversi per carattere e stile, il che aiuta: quando si è troppo simili, ci si dà sempre ragione, e così non si va da nessuna parte. Nel tempo, gli ho visto realizzare cose che al primo ascolto sembravano fuori misura: una scuola costruita dal nulla, i tre volumi della Commedia pubblicati da Mondadori, trasmissioni televisive di successo, conferenze in tutto il mondo, una mostra su Dante con le illustrazioni di Gabriele Dell’Otto. Franco Nembrini è l’uomo più anti accademico che conosco: ed è proprio per questo che, grazie a lui, Dante, Pinocchio e Leopardi sono sempre vivi. Prima d’iniziare l’intervista, con la consueta foga, mi svela i progetti che sta portando avanti: so bene che quel che oggi mi racconta un giorno vedrà la luce. E ne sono felice.

Come fa Dante a conoscerti così bene?

Perché mi accompagna da sempre. L’ho ricordato qualche giorno fa a Montecitorio, mi hanno invitato per una lectio magistralis dedicata al poeta.  Ancora non ci credo che abbiano pensato a me. La verità è che sono un ignorante, e forse questa è la mia forza. Avrei voluto frequentare il classico, laurearmi, ma ero il quarto di 10 figli e il babbo, quando è toccato a me, mi disse che dovevo portare a casa la pagnotta, altro che liceo. Mi sono diplomato da privatista a 18 anni, e laureato ben più tardi. Ho iniziato a lavorare già durante le vacanze della prima media, e lì è scattato il mio amore per Dante.

Ero garzone in un negozio di Bergamo, dormivo dal padrone per risparmiarmi la strada, e tornavo a casa solo il sabato. Una sera tardi sto per andare a letto stanco morto, quando il proprietario del negozio mi chiede di scaricare un camion colmo di casse di acqua, vino e bibite varie. Insomma, ho passato quella notte su e giù per le scale del magazzino, da solo, lo ricordo come fosse ora, e sono passati sessant’anni. A un certo punto, mentre sollevavo una cassa, mi ha folgorato il ricordo di una terzina di Dante, quella in cui il trisavolo Cacciaguida gli predice l’esilio: «Proverai siccome sa di sale | lo pane altrui», cioè quanto è amaro il cibo mangiato lontano dalla propria terra e dai propri cari; e «come è duro calle | lo scendere e ’l salir per l’altrui scale», come è duro fare le scale servendo gli altri. Ecco, ero lì con quella cassa, avevo 11 anni, e per via di quei versi imparati a scuola sono scoppiato a piangere, ma non di fatica o di dolore, di gioia. Sì, di gioia, perché avevo trovato le parole che descrivevano perfettamente quel che provavo. Parole che non avevo scritto io, ma un poeta vissuto 700 anni prima di me.

Appena tornato a casa, andai a trovare la mia professoressa delle medie, era una ragazza di poco più di 20 anni, e le raccontai la mia grande scoperta: «Profe, Dante parla di me! Ma come fa a sapere come mi sento io?» E lei mi rispose: «Dante sa tanto del cuore dell’uomo e quindi sa qualcosa anche del tuo». Ecco, da quel giorno Dante non mi ha più lasciato; in lui ancor oggi trovo le mie domande più intime e le risposte migliori. In fondo, il segreto del mio insegnamento è tutto qui: parlare con l’autore, interrogarlo perché parli a ciascuno di noi, ci dica qualcosa che riguarda soltanto noi. Dante mi ha accompagnato fin qui, e gliene sarò sempre grato.

Ma Dante non è l’unico compare.

Miguel Mañara ti ha cambiato la vita?

Vedi, è la vita che cambia la vita. Gli incontri, le persone che incontri, non i libri. A me è capitato con don Giussani, per dire. E quella proposta di fede l’ho trovata narrata in modo mirabile proprio nel Mañara di Miłosz. Questo libro mi ha aiutato a comprendere quello che mi stava accadendo. Ma se nella vita non ti accade nulla, non è che i libri te la fanno capire, anzi. I veri libri ti aiutano a “leggere” quello che hai già davanti, come mi è capitato con Dante mentre salivo quelle scale. Se non servissero a questo, i libri sarebbero opere d’evasione e fantasia; oggetti persino pericolosi, sai che all’inizio San Francesco impose ai suoi confratelli di non leggere libri, proprio per questo rischio.

Ho letto Mañara per la prima volta a 17 anni: descriveva esattamente quel che vivevo in quel tempo, e quello che desideravo: l’amore per la donna, la vocazione al matrimonio, la famiglia. È un libro straordinario, che narra perfettamente entrambe le vocazioni. Mi colpì subito per la radicalità della domanda di partenza e per la risposta nell’incontro con una donna che muore pochi mesi dopo il matrimonio, esattamente come la Beatrice di Dante. C’è un’analogia perfetta tra le due opere, e questo non poteva che conquistarmi. Ma ripeto: se non vivi a pieno la vita, i libri sono materiale inerte. Non inutili, sia chiaro, ma inerti sì.

L’inerte non brucia, il legno sì.

Geppetto è il padre che nessuno ricorda?

Geppetto viene sempre presentato come il personaggio fiabesco di un capolavoro per bambini. E invece è molto di più. Ero appena stato nominato insegnante di religione, e non sapevo che programma seguire. Per caso ho trovato un libro di monsignor Biffi dal titolo strano, Contro mastro Ciliegia. Commento teologico alle avventure di Pinocchio. Tra me e me mi son detto: la fiaba la conosco, è un commento teologico, l’ha scritto un prete: insomma, ci siamo. E poi sono 36 capitoli, le settimane di scuola erano 32, avevo anche quattro puntate di scorta per i rimandati a settembre. Eccolo il mio programma di religione! Leggendo Pinocchio insieme ai ragazzi, e con gruppi di genitori, ho compreso la centralità della figura di Geppetto.

Quando ne parlo, sto molto attento a valorizzare le ultime pagine del libro, quelle che leggono in pochi, devo dire. Geppetto ha speso la vita sognando un destino splendido per il proprio figlio – lo chiama figlio anche quando era ancora un pezzo di legno, ricordi? – ecco, questo padre alla fine del racconto sembra proprio uno di noi, un semplice padre con tutte le sue debolezze, disilluso, anche cinico se vuoi. Ha provato a cambiare il mondo e non ce l’ha fatta, si trova divorato dal male, racchiuso nella pancia del pescecane; a quel punto spunta suo figlio, proprio quel disgraziato che gliene ha combinate di tutti i colori, e lo vuole tirare fuori dai guai.

Lo fa con parole meravigliose, prese letteralmente dai Vangeli della Resurrezione: «Non abbiate paura, venite dietro a me, coraggio». E quando Geppetto ammette il suo limite, confessando che non sa nuotare, il figlio gli risponde: «E che importa? Io che sono giovane e forte vi prenderò sulle spalle e vi porterò fino alla spiaggia». Il figlio diventa padre di suo padre, ecco l’esito più incredibile e struggente, perché proprio quando non ce la fai più, e guardi tuo figlio, capisci che è più avanti di te, che vale la pena seguirlo e imparare da lui; ecco, in quel momento comprendi che il miracolo dell’educazione è davvero possibile.

Vedi, un padre può attraversare momenti di sconforto, può anche cedere di schianto, ma a quel punto suo figlio gli dice che si può sempre ripartire, nuotando e faticando, certo, ma pronto a dargli una mano. Sono forte, dice quel figlio, ti porto io sulle spalle, padre, ma tu continua a essermi padre, a indicarmi la strada. A quel punto Geppetto si umanizza, diventa veramente e finalmente figlio di suo figlio.

Geppetto è un personaggio letterario. Noi no.

I figli ci guardano: noi cosa mostriamo?

Questa generazione di genitori è vinta da un’ansia da performance che trasmette ai figli in modo devastante. Questi genitori privano i figli del diritto più sacro della vita dell’uomo, il diritto di sbagliare, il diritto all’errore, cioè il diritto a crescere. Se punti tutto sulla tua performance, tuo figlio non ha niente da guardare, non si riconosce in un modello di così basso profilo.  In questi ultimi dieci anni mi sono sentito dire una frase che nei primi cinquant’anni della mia vita non ho mai sentito: «Caro Franco, tu avrai anche ragione, ma se devo impegnarmi e faticare per diventare un coglione come mio padre tanto vale drogarsi»; ho anche la versione femminile: «Se è per urlare tutto il giorno come fa mia madre, tanto vale drogarsi».

In verità, i nostri figli hanno bisogno di padri e madri così contenti della loro vita, capaci di accettare anche i propri errori e le proprie incoerenze, da risultare interessanti ai loro occhi. Io sono stato molto fortunato: nonostante i dieci figli, la povertà e la sclerosi multipla, mio papà se ne andava in giro per il paese fischiettando; distrutta dalla fatica, a mezzanotte mia mamma lavava i panni cantando. Ecco, con due genitori così l’educazione è bell’e fatta. Se poi alle medie incontri un’insegnante come la mia, e più tardi don Giussani, beh, capisci che per me è stato tutto molto facile. Era una ragazza di poco più di vent’anni, è mancata l’anno scorso. Quando leggeva l’Iliade in classe, tu capivi subito che non lo faceva per noi: lo faceva per sé. Le piaceva parlare con Omero, e noi ragazzini lo sentivamo. Prima ancora di capire una parola, rimanevi affascinato da quel dialogo misterioso.

È il segreto di ogni insegnamento vero: non spiegare, ma amare. Qualche tempo fa ho ritrovato un suo biglietto. Diceva: «Ho avuto solo un merito con te e con i miei alunni: ho guardato più al vostro cuore che al vostro cervello». Ecco. Non c’è definizione d’insegnamento migliore. So bene che in educazione non ci sono automatismi: un figlio può prendere strade sbagliate anche se ha avuto genitori e insegnanti eccezionali. Ma noi genitori non dobbiamo essere fonte di regole, valori, coerenze, risultati. Questa è la via della prestazione, e non porta da nessuna parte. No, agli occhi dei nostri figli dobbiamo essere come le piante. Le piante catturano l’anidride carbonica e restituiscono ossigeno. Famiglia, scuola – e ci metto anche la Chiesa – dovrebbero assumere l’anidride carbonica, cioè il male del mondo, e donare ossigeno. Fare bosco, non legna. È più semplice di quel che sembra: il segreto dell’educazione sta nel non porsi il problema dell’educazione. Se c’è il problema, fai parte del problema

Piante e bosco? Viene in mente siepe.

Leopardi non era pessimista: ma sei sicuro?

Sicurissimo, perché leggo i testi. Chi gli ha affibbiato l’etichetta di pessimista è chi lo voleva pessimista, a partire da De Sanctis. Una certa critica, che poi è finita nei manuali, voleva massacrare il livello più umano che Leopardi ha saputo evocare. Vedi, se hai già deciso che la società è perfetta, che le magnifiche sorti e progressive sono il nostro unico radioso orizzonte, certo che Leopardi è pessimista. Ma se guardi la realtà per quello che è, ti accorgi che è segnata dal nulla e dalla morte. Non è pessimismo, questo, è un dato di fatto, un principio di realtà.

Virgilio e Dante. Illustrazione di Gabriele Delll’Otto.

Tutto muore, bisogna partire da questa evidenza: ma proprio perché tutto muore, resta il grido dell’uomo che a questa morte non si rassegna. Qualcosa in cuor suo gli dice che non può finire così. Leopardi è il cantore più puro, lirico e profondo di quest’ultimo grido che, di fronte alla morte, l’uomo sente vibrare in sé; un grido di protesta, se vuoi, certo intristito da tanta sofferenza, ma che afferma un bene supremo, ulteriore. Leopardi confessa che questo bene non è riuscito a trovarlo, ma non ha mai smesso di cercarlo. Penso al Canto notturno, per capirci. E infatti i ragazzi, alla faccia di quel che dicono gli insegnanti, amano Leopardi, lo amano e lo leggono volentieri, perché ci si riconoscono. Quando la sera sono presi da un qualche sconforto, sanno che Leopardi tiene in serbo qualche parola per loro. Salvo poi presentarlo come pessimista nelle interrogazioni, gli insegnanti questo vogliono sentirsi dire.

Gli insegnanti sono pessimisti. Che vuoi farci.

Che cosa non va insegnato a scuola?

La scuola dovrebbe evitare tutto quello che non è essenziale. Il problema è che abbiamo rovesciato i termini del problema: se vivi la scuola e l’educazione in un certo modo, sei fuori dai meccanismi che la giustificano e che la fanno funzionare. Sai come la penso, poi non lo dico perché apriti cielo: la scuola andrebbe chiusa, a volte temo che faccia dei danni maggiori di quelli che fa la strada. La vita ha un suo potere educativo proprio perché la realtà è ostinata. Ma la scuola la tradisce in modo programmatico, questo è il problema.

Io ho provato a immaginare una scuola diversa, ma è stato difficile persino nella scuola che ho fondato. Fosse per me, in prima e seconda elementare andrebbero favoriti il gioco e il rapporto con il maestro, con la figura dell’adulto; e, certo, il rapporto con la realtà: osservare la natura, osservare un albero – come diceva Pavese – così intensamente che possa improvvisamente svelarsi come nuovo, vederlo per la prima volta dopo che l’hai osservato per anni. E invece fin dai primi anni la scuola si allontana dalla realtà, fino a perderla di vista.

Io sono per la scuola che fa scrivere a mano i ragazzi, in modo da sviluppare competenze altrimenti perdute, senza cellulari ovviamente. Il mio maestro insegnava a dosare il tratto del pennino, per ottenere delle A maiuscole uniche. Mi ricordo ancora cosa mi disse quella volta: «Nessuno al mondo farà mai la A come l’hai fatta tu». Eccola la stima per un bambino, quello che a un bambino serve per crescere. Macchie d’inchiostro incluse, accidenti. Ma quando avevi realizzato la tua pagina, e il maestro ti diceva che è unica al mondo, ecco lì diventavi un uomo, e senza neanche completare l’alfabeto.

Il problema più grave di questa generazione è la sottostima: non si vogliono bene, non si piacciono proprio per l’ansia da performance che viene loro dai genitori e anche dai professori. E così a 18 anni non vanno bene a se stessi e diventano bulli, violenti e rinunciatari. Sai che farei alle Superiori? Parlo del programma di letteratura: due autori, Dante e Manzoni, e basta. Non c’è bisogno di altro per comprendere un’epoca, un metodo, uno stile. Non servono 100 autori, ne bastano pochi, pochissimi. Bisogna avere il coraggio di andare all’essenziale. E invece stiamo andando esattamente nella direzione opposta.

Meno, sempre meno. Proviamo con 7 parole.

Si può dire tutto in 7 parole?

Un tema come questo va oltre le parole: se hai un giusto e pieno sentimento dell’altro, perché l’hai imparato, l’hai visto fare, perché sai che il cuore di tutti gli uomini batte per il medesimo ideale: ecco, se è così, la parola può diventare superflua, perché lo strumento vero della comunicazione è lo sguardo. Certo, con la parola puoi aiutare a riconoscere quello sguardo, a cercarlo, a dargli valore, ma la comunicazione vera tra uomo e donna, tra genitori e figli, tra insegnanti e alunni non ha bisogno di parole, che siano mille o soltanto 7.

Prima della parola c’è lo sguardo, è nello sguardo che si comunica, ci si scopre, ci si vuol bene. Solo se la parola sa descrivere quello sguardo, ti aiuta a entrare nelle cose, a farle tue. E allora è preziosa e mirabile. Ma il punto di partenza è sempre un incontro, uno sguardo ricevuto e dato. Le prime parole di Dante nella Commedia sono una richiesta di aiuto: «Miserere di me». E la sua donna, Beatrice, lascia il Paradiso e va a raccoglierlo all’Inferno, persino Virgilio fatica a capire questa scelta. In quarant’anni di insegnamento, questo momento è sempre stato uno dei più alti. In classe chiedevo: «Cosa pensate di un amore così, ragazzi, dell’amore di una donna che scende all’inferno per riprendersi il suo uomo?».

E a quel punto anche il più scarso, persino gli indifferenti seriali, mi ricordo lo spacciatore ufficiale della scuola, anche lui diceva che sì, sarebbe bello che fosse così. E in quel momento capisci che la parola è evocativa solo se si fa carne, se è sguardo ricevuto e dato. Se è vissuta, viva. Questa è l’unica parola che chiama a sé, e ti cambia la vita.

A cura di Claudio Calzana

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