A scelta fatta, il dubbio ti assale

A inizio ’500, Francesco Guicciardini descrive un fenomeno che noi tutti conosciamo fin troppo bene: il dubbio che ci attanaglia dopo aver preso una decisione. Nel Ricordo 156 – che a seguire trovate per intero – confessa una «quasi penitenzia» che lo assale quando ha preso un partito importante. Ma non perché pensi di aver scelto male: se dovesse deliberare di nuovo, sceglierebbe allo stesso modo. Il punto è un altro, e sottilissimo.
Prima della scelta, vedeva con chiarezza le difficoltà di entrambe le parti del dilemma. Il confronto, insomma, teneva in equilibrio paure e difficoltà. Dopo la decisione, invece, davanti agli occhi gli restano solo le complicazioni che deve affrontare nel presente. Difficoltà che, isolate dal paragone con l’alternativa, appaiono decisamente maggiori rispetto a quanto gli sembrassero prima.
Guicciardini propone allora un esercizio molto salutare: rimettere davanti agli occhi anche le difficoltà a suo tempo lasciate da canto. Se il dubbio si fa strada, devi sempre tenere presente che cosa hai evitato scegliendo. Non per autoassolverti, ma per riportare la scelta nel suo contesto reale, quello dell’esperienza, dove il dubbio aiuta a cogliere diligentemente l’intero.
«Io sono stato di natura molto resoluto e fermo nelle azioni mie. E nondimeno, come ho fatto una resoluzione importante, mi accade spesso una certa quasi penitenzia del partito che ho preso: il che procede non perché io creda che, se io avessi di nuovo a deliberare, io deliberassi altrimenti, ma perché innanzi alla deliberazione avevo più presente agli occhi le difficultà dell’una e l’altra parte, dove, preso el partito, né temendo più quelle che col deliberare ho fuggite, mi si apresentono solamente quelle con chi mi resta a combattere; le quali, considerate per sé stesse, paiono maggiore che non parevano quando erano paragonate con l’altre. Donde séguita che a liberarsi da questo tormento bisogna con diligenza rimettersi innanzi agli occhi anche le altre difficultà che avevi poste da canto». Francesco Guicciardini, Ricordi, a cura di Emilio Pasquini, Garzanti 1975.
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Bel tema, anzi diciamo pure appassionante. Senza scomodare Felix Gilbert, autore di un libro decisivo sul rapporto tra i due, la potremmo mettere così: Machiavelli, o dell’effettuale; Guicciardini, o del particulare. Il primo scrive Il Principe con i titoli in latino, ma lo svolge in italiano; il secondo s’allontana finalmente dai Romani e trae linfa dai suoi Ricordi, dall’esperienza viva, e da qui distilla scelte e riflessioni. Bella coppia, invero. Grazie, WeakLink.