Tutti in posa, tranne il povero cognato

Giuseppe Bezzuoli, Ritratto della famiglia Antinori, 1834.

Eccoli, sono gli Antinori ritratti da Giuseppe Bezzuoli nel 1834: tutti in posa, vestiti della festa, con una piramide sullo sfondo che manco a Giza. In 7 fanno crocchio, mentre il capofamiglia sta chino sul suo libro: si vede che tende a metterla giù dura.

Anche la famiglia che si va componendo nel torneo Parenti comincia ad avere una sua fisionomia. In testa ci sono le nonne, che battono i nonni tre a uno e tengono testa perfino alle mamme. Seguono fratelli e sorelle, padri, zii d’America e d’altri luoghi, più qualche albero genealogico da capogiro: «Cugino del marito della sorella della nonna» (SilvanaM). I cognati? Non pervenuti, eppure li avevamo invitati.

Prevale l’ironia, in quattro racconti su dieci, anche quando il dettato morde: «Ogni Natale litigavamo. Era la nostra tradizione» (Monique). Poi viene la tenerezza, e c’è chi ha trovato parole per chi non c’è più: «Nonna andò via lasciandomi la sua ironia» (Ariel). Certo striscia anche qualche serpente, Monicelli docet, e qualcuno s’aggrappa al notaio: «Abbiamo lo stesso nome: il testamento perfetto» (IrmaBrandeis).

Ma la sorpresa è un’altra: quasi tutti scrivete dal basso, ovvero in qualità di figli e nipoti, con gli occhi ad altezza tavolo. «Ti chiamavamo campione del mondo. Eravamo bambini» (Cristina C). Fino ad oggi genitori e nonni raccontano di rado figli e nipoti. Si vede che in famiglia restiamo sempre un po’ piccini.

Forse per questo le feste comandate contano poco: più del pranzo di Natale si ricorda un bacio sulla fronte che misura la febbre, una torta, una pipa. La famiglia si fa nei giorni feriali, si vede. Già, ma qualcuno ci racconta un cognato?

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