Dalla viva voce del Cavallo di Torino
La storia è nota, ma un ripasso ci sta tutto. Torino, 3 gennaio 1889: Nietzsche si avvede che un cocchiere sta frustando il proprio cavallo, sfinito. Il filosofo corre piangendo, grida frasi sconnesse, abbraccia l’animale come per proteggerlo. Infine, sviene. Da quel giorno la sua mente si perde, fino alla morte avvenuta nel 1900. Ebbene, Marco V. Burder ha raggiunto proprio quel Cavallo, e non solo l’ha intervistato da par suo, ma l’ha anche raffigurato nel disegno di copertina.
Signor Cavallo, ricorda quel 3 gennaio 1889?
Come sarebbe: signor Cavallo? Anch’io dovrei avere un nome proprio, altrimenti non potrei risponderle. Chiunque parli, ha un nome proprio. Deve avercelo, un nome proprio, e non solo quello del genere specifico, che in latino suona: Equus.
Il fatto è che il mio nome odierno dovrebbe ereditare quello dei milioni di consimili che mi hanno preceduto, e anticipare tutti quelli che mi seguiranno. Sarebbe un nome impronunciabile, per voi umani, che non sapete proprio nitrire come si deve. E dunque vada per Cavallo, lo concedo per brevità d’uso. — Ma mi chiedeva di quel gennaio del 1889… un giovedì qualsiasi, una noia consueta uguale a tutte, con qualche frustata ma solo di figura, più che altro. Finché non c’è stato quell’incidente.
Perché mai quel cocchiere la stava frustando?
Ecco: ma no, non mi frustava per davvero. Schioccava la frusta per aria, lo faceva per darsi un contegno, per farsi vedere imperioso e autorevole, dato che in famiglia le cose non gli andavano bene in quella catapecchia dove viveva. Era quasi peggio della mia stalla, che pure a me, per i miei gusti equini, andava più che bene. Comunque: spesso il padrone dava di frusta, ma senza toccarmi, solo per cacciar via i tafani o per sentirla schioccare, come un annuncio pubblicitario della sua presenza sulla piazza, sa, come fanno i domatori al circo. Mica le tirano davvero le legnate ai leoni, o alle tigri. È tutta scena per impressionare.
Poi, d’improvviso, s’è intromesso quel tal Herr Professor Friedrich. Lo vedevo lì in piazza quasi ogni giorno, da qualche mese. A volte parlottava da solo, camminava a scatti, gesticolava e mugolava dei motivi musicali che poi, come ho saputo dall’edicolante di piazza San Carlo, che era anche l’affittacamere di quel tipo baffuto, che insomma dovevano essere di sua invenzione, quelle solfe, dato che spesso suonava a casaccio il pianoforte che aveva trovato in casa, nel soggiorno comune a pigione dove si ritrovava volentieri soltanto con una delle giovani figlie dell’edicolante medesimo, anche lei dilettante pianista.
Quegli esercizi a quattro mani si sentivano fin giù in strada quando tenevano aperta la finestra. Erano accordi, più che altro, imitazioni forse di un suo conoscente, un suo antico amico tedesco che poi Herr Professor aveva ripudiato e persino insultato. Ma dicono che se ne sia sempre pentito, anche quando lo bestemmiava in pubblico. Sensi di colpa a non finire.

Ne conosce la filosofia per sommi capi?
Né per sommi né per infimi. Che fosse un filosofo, che avesse in testa di tirar martellate alla cultura totale d’Occidente, che si sentisse profeta e martire come Dioniso, che sognasse l’avvento di un’umanità nuova, un’umanità di singoli superiori, divinizzati dopo la morte di ogni divinità: tutte dicerie che riferivano al mio padrone alcuni clienti di vettura. Ma in fondo ne ridevano, lo consideravano uno spostato con qualche mania di troppo, quel tedesco, uno che voleva parlare solo francese e annichilire tutti i suoi connazionali.
Frequentava l’operetta con assiduità, e ciò, ammettiamolo, non gli dava certo un gran lustro filosofico. Poi a me, quella mattina fatale, aveva sussurrato all’orecchio d’avermi già conosciuto in una delle infinite vite precedenti, e che ci saremmo di nuovo trovati lì, io fermo a bordo strada e lui abbracciato al mio collo, per un altro numero infinito di volte a venire. Tali e quali. Ma non gli avevo dato peso, anche perché rivivere infinite volte la stessa noia e la medesima mangiatoia non mi alletta affatto. Si spera sempre in qualcosa di meglio, no?
Poi, lì, d’improvviso, s’è messo a gridare imprecazioni e frasi sconnesse, prima contro il mio padrone e poi tra sé, sempre più forte, fino a che è caduto in terra, per esasperazione, come svenuto. Ma continuava a borbottare o forse a delirare. Lo hanno portato via sorreggendolo, e il primo a soccorrerlo è stato proprio il mio padrone, che era più stupito che spaventato da quella scenata senza motivo.

Il filosofo si è rispecchiato in lei?
Forse ha provato pena, per com’ero vecchiotto e scarnito. La natura aveva già fatto la sua parte nei miei confronti; anche il pelo, data l’età, era alquanto gualcito. Magari gli son dispiaciuto per quello: che non fossi un destriero eroico, da esposizione, e men che meno da battaglia, come la giumenta di Turenne, sa, quella che il Maresciallo di Francia chiamava Carcasse, o quello superbo di Alessandro, il famoso Bucefalo, o quello robusto di Cesare, l’ispanico Asturio…
Forse solo per quello: apparivo come un ronzino senza futuro, non certo da quadriga per Ben-Hur, e quel tipo baffuto, quel Professor Friedrich, per il suo proprio aspetto poteva valere come un mio equivalente umano. Aveva l’occhio mezzo cieco, cisposo, e l’espressione sempre stravolta, scombussolata, come uno che abbia preso, lui sì, una brutta frustata… Magari era agitato per non riuscire a trovare un luogo suo proprio.
D’altronde dicevano che la sua dimora, il suo autentico palazzo filosofico, o meglio la sua caverna tra gli alti monti iranici, fosse fatta in realtà di pagine, ossia di libri scritti, e che lì, soltanto lì, tra i suoi mille e mille aforismi, lo si dovesse cercare. Quella era casa sua. Fuori da quei meandri verbali, era un nomade apolide, non aveva gran consistenza personale. Anzi.
E difatti anche i suoi pochi amici evitavano di venire a trovarlo, a Torino; lui li invitava, scriveva lettere, magnificava il clima e il cibo della città, ma quelli trovavano scuse, e non venivano. Chissà perché… Eppure aveva anche rinunciato alla sua dieta vegetariana, tanto che si esaltava soprattutto per gli ossibuchi di manzo.
Solo Swift ha compreso i cavalli, vero?
Ah, siamo passati a un altro soggetto, un altro bel tipo in formato irlandese. Però non l’ho mai conosciuto di preciso, forse qualche mio parente di Dublino. Dicono che da quelle parti sono bizzarri e imprevedibili, sia gli equini sia gli scrittori. Mi hanno riferito che prima di perdere il boccino quello scrittore ci ha raccontati, noi equini, come animali sapienti, molto più di voi umani.
Ma quello era solo un sogno satirico perché, in realtà, ovvero fuori dalle pagine del suo Gulliver, quel tipo, quando andava di fretta, faceva fischiare la frusta sulla groppa del cavallo al calesse tanto quanto gli altri ubriaconi della sua isola. Salvo poi consigliare a tutti i lacchè di raccogliere i nostri tondi escrementi dalla strada per insaporirne di nascosto le pietanze ai propri signori, magari dopo aver sputazzato dentro le zuppiere prima di servir loro un delicato consommé.

Podio equino: cavallo di Troia, Ronzinante, lei?
Eh, se citiamo tutta la genealogia, reale o fantastica che sia, non basterebbe lo spazio di questa rapida intervista. Le ricordo solo i nostri casi dubbi: davanti a Ilio ero di legno; vale anche così? E col cavaliere dalla triste figura ero solo un’invenzione di Cervantes. Nel gioco degli scacchi mi fanno fare una piroetta obbligata, uno scarto di lato. Nella mitologia mi hanno messo le ali da Pegaso, oppure mi hanno innestato un busto umano, come nel sapiente Chirone.
Coi filosofi, poi, c’è un’eterna e irrisolta discussione tra chi è convinto di vedere la “cavallinità” e coloro che vedono soltanto i cavalli in carne, zoccoli e criniera; ma se vuole che dica la mia, e parlo da singolo, non certo a nome dell’Equus universale, allora metto in prima fila quell’indiano che diventa tutt’uno col suo cavallo nel frenetico galoppo sulla prateria. Così ci ha fusi insieme in maniera meravigliosa, quel tal Franz da Praga. E tanto mi basta.
Sa che le hanno dedicato un film?
Come faccio a non saperlo? In quella situazione mi chiamavo Ricsi (in italiano si pronuncia “Rìci”): mi chiamavo così già prima di interpretare quell’apocalittico film ungherese a cui lei allude, quello che comincia con la storia alquanto esagerata del Professor Friedrich. È stato l’ultimo film di quell’ottimo regista, oltre che amorevole amico. Poi ha volutamente smesso di produrre per quindici anni, finché è morto all’inizio di questo 2026.
Lo sa che in quel film tengo la parte principale? Eh sì. Senza mai emettere uno sbuffo, o un nitrito, senza un’impennata all’americana. Niente: tiro un po’ la carretta e poi sto sempre fermo in una stalla decrepita. La scena in cui mi si inquadra in primo piano quando, per recita, smetto di mangiare e di bere per cominciare a morire, e fisso nell’obiettivo per darlo a intendere col semplice sguardo, beh: provi a rivedere quella scena, e forse capirà perché a Torino un uomo molto sensibile, sia pure un po’ sfasato come quel Professor Friedrich, ha perso del tutto la ragione fissandomi nel profondo dello sguardo.
E lei: lo sa perché? Mah, io non me ne intendo di certo, provo un’ipotesi pro domo mea: a volte immagino che sia perché nello sguardo di un cavallo, come in quello d’ogni altro animale mite, c’è la risposta che la filosofia cerca invano da millenni. La risposta è muta, e dunque non posso esprimerla; la domanda avrebbe dovuto farmela lei.
Marco V. Burder
Testi richiamati nell’intervista
Anacleto Verrecchia, La catastrofe di Nietzsche a Torino, (Clinamen, un tempo Einaudi);
Jonathan Swift, Istruzioni alla servitù (Adelphi);
Antistene (in: Diogene Laerzio, Vite dei filosofi);
Franz Kafka, Il desiderio di diventare un indiano (in: Meditazione);
Béla Tarr, Il cavallo di Torino (film).
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