Scrivo per non essere complice del silenzio
Ho bussato alla sua casa natale, a Nuoro, al 42 della via che porta il suo nome. Qualche turista in visita al Museo, un silenzio discreto, ma di lei nessuna traccia per le antiche stanze e scale. Solo al termine l’ho scorta in giardino, un libro per mano. Ma non stava leggendo, semmai spediva gli occhi in giro, a scrutare i presenti. Mi son detto: tanto vale osare. E l’ho fatto.
Grazia, quando ha capito che doveva scrivere?
Mi pianta in faccia occhi che paiono carboni.
Non l’ho capito: l’ho sentito. Scrivere non è stata una scelta, ma una necessità che mi cresceva come una febbre. In questa casa dove una donna doveva stare composta, io osservavo troppo, ascoltavo troppo. Mi rapivano i contos de fochile, i racconti del focolare, quelle storie aspre dei nonni e degli avi. Per me non erano fiabe: erano sentenze. E io non potevo fingere di non averle udite.
La mia famiglia, composta di gente savia ma anche di violenti e di artisti primitivi, aveva autorità e aveva anche biblioteca. Ma quando cominciai a scrivere, a tredici anni, fui contrariata dai miei. Il filosofo ammonisce: se tuo figlio scrive versi, correggilo e mandalo per la strada dei monti; se lo trovi nella poesia la seconda volta, puniscilo ancora; se va per la terza volta, lascialo in pace perché è un poeta. Senza vanità anche a me è capitato così. Scrivere per me è stato l’unico modo per non essere complice del silenzio.
In tono con l’ultima battuta, riapre il libro, come a dire: può bastare. Faccio finta di niente, anzi di più: accelero di botto.
Cos’è il destino? Laccio o scusa?
Uno sguardo sorpreso, e intanto l’indice scivola nel volume rilegato in marocchino.
Le cose della vita vanno come devono, il copione è già scritto. Lo scrittore non fa altro che seguirlo. Scrivere è comporre referti. Nasci dentro una trama che non hai scelto – il sangue, la terra, la famiglia, il nome che porti. Gli uomini parlano di libertà, ma di fatto sono avvinti da catene invisibili. Nei miei romanzi non ho mai cercato di spiegare il destino: l’ho mostrato mentre lavora lentamente, come la goccia che scava la pietra. Non c’è obbedienza senza colpa, e non c’è ribellione senza prezzo. Questo ho visto, e questo ho scritto.
A pensarci oggi, è stato facile, il destino me l’ha insegnato la natura. Ho guardato per giorni, mesi ed anni il lento svolgersi delle nuvole sul cielo sardo. Ho mille e mille volte poggiato la testa ai tronchi degli alberi, alle pietre, alle rocce per ascoltare la voce delle foglie, ciò che dicevano gli uccelli, ciò che raccontava l’acqua corrente. Ho visto l’alba e il tramonto, il sorgere della luna nell’immensa solitudine delle montagne, ho ascoltato i canti, le musiche tradizionali e le fiabe e i discorsi del popolo. E così si è formata la mia arte, come una canzone, o un motivo che sgorga spontaneo dalle labbra di un poeta primitivo.
Il fuoco ha attecchito. Lo capisco dagli occhi, lo capisco dal cuore.

Il destino e la fede si tengono?
Proprio perché siamo governati dal fato, abbiamo bisogno della fede. Ma la fede non salva: al più trattiene. È la mano che impedisce all’uomo di farsi bestia quando il dolore lo spinge oltre il limite. Non cambia il destino, ma cambia il modo di sopportarlo. Ho visto uomini gonfi d’orgoglio inginocchiarsi non per speranza, ma per stanchezza. Pregavano per restare umani. Perché la fede non assolve: pesa, pigia, piega. E proprio per questo è vera. Grazie alla fede puoi provare a cambiare rotta, o forse puoi credere di poterlo fare. A volte questo basta. A volte, semplicemente, rincuora. Noi uomini siamo canne, e la sorte è il vento.
E qui drizza la schiena, a contraddire la sua stessa voce.
La Sardegna è madre, prigione o ferita?
È tutte e tre le cose insieme. Da vicino, ti stringe come una pelle che non cresce con te, e ti soffoca; da lontano, continua a bruciare nel ricordo. Non è la terra aspra che ti segna, ma le leggi non scritte, lo sguardo degli altri, la vergogna usata come disciplina. La Sardegna non ti lascia mai: ti giudica anche quando non c’è. Andarmene mi ha regalato il silenzio necessario. Solo allora ho compreso che senza ferite non c’è scrittura. E senza fuga non è dato compimento.

Perché ha deciso di candidarsi al Parlamento?
Proprio perché a quel tempo noi donne non potevamo nemmeno votare. Era il 1909, sono stata la prima a farlo in Italia. Ho ricevuto 34 voti, quasi tutti dichiarati nulli. Sapete che cosa mi dicevano per umiliarmi? Che non era cosa per donne, che avevo solo la licenza elementare, che era meglio pensare ai figli, addirittura che ero poco più di una nana. Me l’hanno ricordato persino alla premiazione per il Nobel, da seduta le mie gambe non arrivavano a terra. Ma gli invidiosi avevano ragione: non toccavo terra perché ero già in volo…
Sembra che le scappi un sorriso. Ma lo smorza subito, di getto.
Il suo Nobel lo ricordano in pochi…
Vorrete dire nessuno. Eppure sono stata la seconda donna insignita per la Letteratura. A Pirandello bruciava averlo ricevuto dopo di me. E siccome gli bruciava, mi ha persino denigrata in un romanzo, me e mio marito, pensate. Ma sapete cosa disturbava di più, più del Nobel intendo? Una donna che viene dalla provincia, senza scuola, senza appoggi o salotti, senza protezioni, che scrive di colpa e desiderio, che parla di corpo e di destino: una donna così non consola, accusa.
Vedete, io non ho scritto per essere ricordata, ma perché qualcuno, leggendo, si sentisse compreso anche se veniva deriso, vilipeso, considerato inferiore. Anzi, proprio per quello. E ho sempre scritto e pubblicato per mantenermi. E questa non è cosa da poco.
Mi fissa senza sconti. E io mi sento fuori posto, invasore. Recito svelto l’ultimo quesito: chissà se è semplice esito o inconsapevole furore.
Mi dica, scrivere vale una vita intera?
Non lo so. So che una vita intera trascorre comunque, anche senza letteratura. E scrivere non mi ha risparmiato nulla: non il dolore, non la fatica, nemmeno la solitudine. Non mi ha resa migliore, né più felice. Mi ha resa più attenta, questo sì, forse più responsabile, certamente più orgogliosa. La letteratura è il modo che ho scelto per restare al mio posto, senza mentire. Dentro le ferite, dentro il tormento, tra i miei complicati amori. Se non avessi scritto, avrei vissuto lo stesso, ma me ne sarei stata con gli occhi bassi, timorosa, muta. In una parola: schiava, o peggio bugiarda. Non so se rifarei tutto. So che non avrei potuto fare altro.
Torna al libro, il mio tempo è scaduto. La lascio nella quiete del cortile, alla sua magione: finalmente scrigno, non prigione.
Claudio Calzana
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