La letteratura la sa lunga sugli uomini

21/02/2025
Mark Rothko, Reds no. 5 (1961) affiancato a un particolare della Crocifissione di Giotto (ca. 1315).

7 domande a Silvano Petrosino

Internazionalmente noto per i suoi studi su Lévinas e Derrida, il filosofo Silvano Petrosino (Milano 1955) è professore ordinario presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dove insegna Antropologia filosofica. Ogni volta che lo incontro, o che leggo qualcosa di suo, Silvano mi sorprende sempre per la capacità che mostra nel mettere a fuoco e districare problemi che a prima vista hanno le sembianze dello gnommero, o groviglio, di cui parla a seguire. Tra i temi da lui approfonditi troviamo la natura del segno, il rapporto tra razionalità e moralità, l’analisi della struttura dell’esperienza e del rapporto tra la parola e l’immagine, il desiderio e la condizione umana, con riferimento al tema dell’abitare. Ma Petrosino si è anche occupato di letteratura, con particolare attenzione alla natura del linguaggio e alla relazione tra parola e scrittura/narrazione.

Il pensiero è per sua natura avversativo?

Il pensiero, un autentico pensiero, è sempre critico e per questa ragione, solo per questa ragione, è per sua natura avversativo. Si tratta dell’antica lotta contro la doxa, contro quell’ovvio che spesso è nemico del vero. Bisogna tuttavia evitare di cadere in una trappola: non si tratta di esaltare la critica in quanto critica ma di riconoscere l’effetto critico che ogni autentica ricerca della verità inevitabilmente produce. Rivoluzionaria è l’autenticità di questa ricerca e non la semplice, e spesso infantile, volontà di opporsi e di trasgredire. 

Il limite è sia inizio che fine?

Il limite è il tratto essenziale ed universale di tutto ciò che esiste. «Niente è tutto», afferma Lacan. L’uomo è quel particolare essere che prende coscienza di questa fondamentale condizione ontologica, e tale coscienza determina profondamente il suo modo di vivere. In particolare, l’uomo rischia costantemente di vivere il limite non come una condizione ma come un’obiezione, un’obiezione alla vita stessa: poiché non sono tutto allora sono niente, poiché sono abitato dal limite allora la vita, la mia vita, non ha alcun senso. Percorrendo questa strada, quella che dalla condizione conduce all’obiezione, si arriva infine a giustificare il male stesso: poiché tutto finisce, poiché il sapermi finito e mortale non mi abbandona un istante, allora non conviene perdere tempo nella ricerca della verità e nella costruzione del bene.

La letteratura «la sa lunga sugli uomini»?

È Roland Barthes ad utilizzare questa espressione. Ora, che cosa sa la letteratura sugli uomini? Essa sa che la vita degli uomini non è mai «nuda» dato che essi non possono che abitarla all’interno dell’«aggrovigliata trama» (Cassirer) di un’esperienza che è «soggettiva per costituzione» (Lacan), vale a dire che è soggetta a segni, sogni, simboli, fantasmi, paure, rimorsi, aspettative, immaginazioni, speranze, illusioni, propositi, sensi di colpa eccetera. Ecco perché la «grande letteratura» (di cui la Bibbia è il «grande codice» [Frey]) si dimostra «grande»: le opere che la costituiscono non cercano mai, magari per andare incontro ai gusti dei lettori, alle aspettative degli elettori e alle esigenze del mercato, di risolvere o semplificare l’intreccio esperienziale; esse non mirano mai, magari per fornire «risposte semplici e rapide che escludono la domanda» (Kundera), a sciogliere lo «gnommero» (Gadda) attorno al quale si raccoglie ogni gesto umano; esse non si preoccupano di «fare cultura» e restano indifferenti di fronte ai «gusti raffinati» delle diverse élites. Il loro compito è infatti sempre lo stesso: dare voce ad alcune verità dell’esperienza umana.

Scrittore è chi indaga esperienze, non realtà.

Riferendosi a Céline, Gide afferma: «La realtà che Céline descrive è l’allucinazione provocata dalla realtà». In effetti la «vita» sulla quale Céline costantemente insiste, fino a trasformare la ricerca della «verità della vita» in una vera e propria personale ossessione, non è quella studiata dal biologo o dal naturalista, non è la «nuda vita», ma è la vita vestita/abitata del soggetto, è la vita inquietata dal particolare modo d’essere di un uomo la cui singolarità è quella del soggetto e non quella del semplice individuo; come dicevo: si tratta di una vita, attraversata, inquietata, abitata, per l’appunto soggetta, o meglio assoggettata a sogni, simboli, fantasie, fantasmi, allucinazioni, ecc., di una vita, dunque, che è sempre più e sempre altro rispetto alla semplice vita.

Un buon racconto mostra, non dimostra. Vero?

A tale riguardo non mi sembra ci possano essere dubbi. Un racconto non è un saggio scientifico, esso non ha una tesi da dimostrare o una causa da difendere ma una storia da raccontare. Criticando certi sedicenti scrittori, Flannery O’Connor scrive: «Vogliono parlare di problemi, e non di persone, di questioni astratte, non di situazioni concrete. Hanno un’idea, un sentimento, un io strabocchevole, o vogliono Essere Scrittori, oppure elargire saggezza in forme abbastanza semplici perché il mondo sia in grado di assorbirle. In ogni caso, non hanno una storia in testa, e se anche l’avessero non sarebbero disposti a scriverla; in assenza di una storia, partono alla scoperta di una teoria, di una formula o di una tecnica».

Mark Rothko, Nr. 13 (1951).

Un buon racconto può essere molto breve?

Sì, ma per essere breve, molto breve, e al tempo stesso anche buono, deve essere soprattutto un «grande racconto». Non è facile dare testimonianza in poche parole all’«aggrovigliata trama dell’umana esperienza»: si rischia sempre o di semplificare o di falsificare. Come riuscire a scrivere senza banalizzare e senza falsificare? È questo l’assillo che accompagna come un’ombra l’agire di ogni autentico scrittore.

Dove abita e va ricercato l’essenziale?

Il discorso sull’essenziale è urgente e al tempo stesso impossibile. È urgente, anzi urgentissimo, perché viviamo in un mondo finto, divorati da un consumismo che tende a trasformare qualsiasi stupidaggine in un ingrediente fondamentale del vivere umano. È il trionfo della messa in scena, della spettacolarizzazione della realtà, del luna park in cui cartelloni fantasmagorici nascondono un desolante vuoto. Al tempo stesso, è un discorso impossibile da sviluppare perché gli essenziali sono molti e ognuno ha delle buone ragioni per giudicare essenziale questo e non quello. Per quanto mi riguarda, sono andato a cercare l’essenziale nel particolare modo di vivere dell’uomo interrogandomi sui tratti essenziali di quella che non a caso è stato spesso definita la meravigliosa e inquietante «condizione umana».

Grazie infinite, Silvano. Sono stato parecchio indeciso su quale colonna sonora dedicarti. Che ne dici di questa canzone di Sergio Endrigo?

Questo non è Silvano Petrosino. Grazie, Mark.

A cura di Claudio Calzana

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