E vedevo Pinocchio, e il mio destino…

Immagine tratta dal Pinocchio di Matteo Garrone (2019).

Ricordate? Gozzano mette Pinocchio in poesia. In fondo gli anni quelli sono, il fine ’800 garbato e gravoso al tempo stesso. Anzi: il poeta nasce proprio nel 1883, l’anno di pubblicazione della fiaba. Già, ma che trova il poeta nel ligneo burattino? Un aspetto di Pinocchio persino ovvio, ma che pure ci sfugge di continuo: la sua diversità.

Attraverso la sua propria vita, Gozzano sa che nessuno più di Pinocchio desidera essere come tutti gli altri. Condannato alla diversità, non la accetta, ma la combatte, non si dà mai per vinto. Come scrive Cesare Garboli, a distinguersi tutti sono capaci; ma essere diversi nella tensione opposta, cercando di confondersi nella norma, di diventare simili a tutti, questo è commovente e veramente poetico.

La vita è altrove, ci dice il poeta, e qui forse s’annuncia un semplice armistizio, o forse meglio una sorta di finzione a compatire. Come Pinocchio, Gozzano desidera e insieme cerca d’evitare un destino già scritto: qua burattino per le convenzioni, là si immagina libero, e però mortale. Qua e là si danno barlumi di speranza: ma sempre o perlopiù dalla stanza attigua e trasognata.

Sotto l’immensa cappa del camino
(in me rivive l’anima d’un cuoco
forse…) godevo il sibilo del fuoco;
la canzone d’un grillo canterino
mi diceva parole, a poco a poco,
e vedevo Pinocchio, e il mio destino…
Vedevo questa vita che m’avanza:
chiudevo gli occhi nei presagi grevi;
aprivo gli occhi: tu mi sorridevi,
ed ecco rifioriva la speranza!
Giungevano le risa, i motti brevi
dei giocatori, da quell’altra stanza.

Da La signorina Felicita, ovvero la felicità (1909).

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